Canto di Natale

Me ne vergogno ma lo ammetto: il Canto di Natale di Charles Dickens l’ho conosciuto da adulta. Nonostante io sia sempre stata un’accanita lettrice che non disdegna nulla in campo letterario, non lo avevo mai preso in considerazione. Pensavo (quanto mi sbagliavo) che fosse un racconto adatto solo ai bambini.

Poi, complice una persona che ho avuto la sfortuna di incontrare, l’ho letto e ne ho apprezzata ogni parola. Dalla prima all’ultima.
Ironia della sorte, questa persona è il clone del protagonista del racconto. In sintesi io ho conosciuto Ebenezer Scrooge in carne ed ossa.

Dopo cotanta premessa, da donna provvista di spirito natalizio ma fortemente pragmatica e testarda come un mulo, tento una “mission impossible”: fantasticare.

Se venisse a farmi visita lo spirito del Natale passato, mi mostrerebbe una bambina che ha vissuto un’infanzia felice.
Il Natale in casa mia è sempre stato festeggiato con tutti i sacri crismi: immancabile Messa di mezzanotte, pranzo luculliano (gli avanzi ce li ritrovavamo poi per giorni fino alla nausea), albero addobbato all’inverosimile, presepe munito di laghetti artificiali, sterminate greggi di pecore e di ogni sorta di statuetta. Ogni arte e mestiere degnamente rappresentati al cospetto del piccolo Gesù.

Babbo Natale, nella notte, portava ogni ben di Dio. Al mattino mi svegliavo e cominciava la festa: Il paese dei balocchi a confronto avrebbe fatto la figura di una favela brasiliana.
Giocattoli, dolci, e libri. Tanti libri. Ho sempre amato leggere sin da piccola, complici i miei genitori che hanno iniziato presto a regalarmi libri. Avevano intuito le mie inclinazioni.
Ricordo ancora l’emozione che provavo ogni 25 dicembre. Mi svegliavo prestissimo e rimanevo con la testolina sotto le coperte pregustando il momento in cui mio padre e mia madre sarebbero venuti a chiamarmi e finalmente avrei potuto mettere le mie manine sui pacchetti.

Un brutto giorno (la delusione che ho provato quando ho scoperto la verità ancora mi brucia) Babbo Natale ha smesso di portare regali a me per sopraggiunti limiti di età ed ha cominciato con mio fratello. Nella notte i miei genitori ed io, torce alla mano, facevamo i salti mortali in religioso ed assoluto silenzio per rintracciare tutti i regali nascosti in casa e spesso si dimenticava pure qualcosa. Ma la sequenza delle espressioni facciali di mio fratello la mattina seguente era impagabile.

Poi arriverebbe lo spirito del Natale presente e mi farebbe vedere una me molto diversa da quella bambina. Negli anni sono accadute tante cose per la maggior parte spiacevoli, alcune addirittura tremende. Avvenimenti che, quando arrivano una dopo l’altro con frequenza, precisione e puntualità disarmanti, ti portano a pensare a quale sia il tuo posto nel mondo. E soprattutto se ce l’hai un posto nel mondo. Se sei vivo per una ragione plausibile, se fai parte di un disegno o se occupi un metro quadrato di terra solo per caso se non addirittura per errore. Le disgrazie hanno una mira perfetta.

Ora mi domando cosa mi mostrerebbe lo spirito del Natale futuro. Una Stefania che invecchia, come ogni essere umano. Ma la vecchiaia é una delle cose che mi spaventa di più, ex aequo con la solitudine. Quindi voi che state leggendo non potete neanche lontanamente immaginare la paura che provo se penso che mi sto incamminando lungo questa strada. Un cammino che sarà più breve di quello che ho già percorso.

Pensate ad una bambina che cammina su un prato verde cosparso di fiori, il cielo è azzurro e l’aria fresca gli arrossa le guance. Cammina cammina e la bambina si ritrova prima ragazza e poi donna. Ma ora il prato non c’è più, la donna sta camminando in una strada di città. Cammina svelta e tira dritto, ma di tanto in tanto inciampa o si storta una caviglia o rompe il tacco della scarpa in un tombino. Incidenti di percorso. Nel mentre però vede gente che cammina come lei, nella stessa direzione o in quella opposta. Ma ha attorno altre persone e vede la città che vive. Ad un certo punto la donna vede la sua immagine riflessa in una vetrina e si rende conto che, camminando per le strade della città, ha subíto un’altra trasformazione: è diventata una donna anziana. Abbassa lo sguardo e vede la seconda novità: sta ancora camminando ma non più in una strada di città, sta camminando sulla sabbia di un deserto e si sente stanca. Attonita si guarda attorno e non vede niente ma soprattutto i suoi occhi non incontrano altri occhi. Non c’e nessuno attorno a lei. Solo dune di sabbia. Non incontra persone, non ci sono animali, non vede costruzioni, non c’è niente. Niente di niente. Allora improvvisamente capisce. È sola. Una donna anziana sola che si trascina a fatica sulla sabbia, stanca, assetata ed arsa dal sole. Senza meta.
In quell’istante vede una bambina che scarta i regali di Natale. La bambina scompare ed appare una donna che prima le sorride e subito dopo scoppia in lacrime. Anche la donna scompare ed al suo posto appare una donna anziana che si sdraia sulla sabbia e sparisce. Allora la Stefania del futuro si sdraia a terra. Le spunta una lacrima ma fa un ultimo sforzo e sorride.

“Non è facile pensare di andar via
e portarsi dietro la malinconia.
Non è facile partire e poi morire
per rinascere in un’altra situazione.

Non è facile pensare di cambiare
le abitudini di tutta una stagione,
di una vita che è passata come un lampo
e che fila dritta verso la stazione
di un mondo migliore”
(Un mondo migliore – Vasco Rossi)

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